![]() |
|
Spaces home Alchimie di FragranzePhotosProfileFriends | ![]() |
|
June 10 OceanoPiove sull'oceano piove sull'oceano piove sulla mia identità lampi sull'oceano lampi sull'oceano squarci di luminosità forse là in america i venti del pacifico scoprono le sue immensità le mie mani stringono sogni lontanissimi e il mio pensiero corre da te remo tremo sento profondi oscuri abissi è per l'amore che ti do è per l'amore che non sai che mi fai naufragare è per l'amore che non ho è per l'amore che vorrei è per questo dolore è questo amore che ho per te che mi fa superare queste vere tempeste onde sull'oceano onde sull'oceano che dolcemente si placherà le mie mani stringono sogni lontanissimi e il tuo respiro soffia su me remo tremo sento vento intorno al cuore è per l'amore che ho per te che mi fa superare mille tempeste per l'amore che ti do per l'amore che vorrei da questo mare è per la vita che non c'è che mi fai naufragare in fondo al cuore tutto questo ti avrà e a te sembrerà tutto normale. April 05 A...teE' dopo le serate come queste che tornando a casa non riesco a dormire e mi faccio tante domane a cui non so rispondere. Il mio cuore o la mia illusione mi impongono di continuare. Dopo le vibrazioni che mi fai avvertire, quando mi trascini in pista tenendomi per mano, quando mi chiedi di spingere sulla tua spalla, quanto mi prendi la mano e la posi sul tuo petto e sui tuoi addominali per farmi sentire quanto lavori. E quando ci facciamo le facce e le boccacce mentre balliamo. O quando ti faccio la linguaccia mentre ballo con un'altro o sei tu a farlo. E quando giriamo assieme tenuti per le spalle, la schiena e le mani intrecciate. O fuori pista quando mi muovo piano al tempo di una bachata che da mesi non mi fai più ballare ma che sento ancora vicinissima. E se poi ti presenti con la barba, e il tuo profumo, così naturale ed intenso. La camicia bianca inamidata e con i polsini che arrotoli e srotoli, ecco, li mi viene davvero difficile riuscire a guardarti e non sorridere pensando quanto sia bello anche solo poterti avere affianco. E quando ti prendo in giro e ti dico di sopportarmi che ultimamente sono dispettosa e tu cerchi sempre il perchè. E quando... E' quando mi chiedo se questo è amore e se lo è se mai troverò troverai troverà o troveremo il modo di far si che questo esploda... Per ora posso dire che amo il tempo che passiamo insieme, che ne sono ingorda e che ne vorrei sempre di più. March 18 L7_PensierosaLe certezze che avevo e che ho abbandonato, le ho definitivamente abbandonate o le ho solamente impolverate perchè non erano "socialmente corrette" noi miei rapporti con gli altri? Non mi so rispondere. E questo mi spaventa.
Post per Ben. che è convinta di essere sbagliata perchè LEI si lascia sommergere dalle emozioni e gli altri invece sanno SEMPRE cosa fare, come comportarsi, gestirsi, muoversi, sorridere, camminare...
March 05 Private Dancer _ SugarWell the men come in these places
And the men are all the same You dont look at their faces And you dont ask their names You dont think of them as human You dont think of them at all You keep your mind on the money Keeping your eyes on the wall Im your private dancer A dancer for money Ill do what you want me to do Im your private dancer A dancer money Any old music will do I wanna make a million dollars I wanna live out by the sea Have a husband and some children Yeah I guess I want a family All the men come in these places And the men are all the same You dont look at their faces And you dont ask their names Repeat chorus twice Deutschmarks or dollars American express will nicely thank you Let me loosen up your collar Tell me do you wanna see me do the shimmy again February 09 8-02-08XVII Non t'amo come se fossi rosa di sale, topazio Pablo Neruda
December 02 RosaCon una rosa hai detto
vienimi a cercare tutta la sera io resterò da sola ed io per te muoio per te con una rosa sono venuto a te bianca come le nuvole di lontano come una notte amara passata invano come la schiuma che sopra il mare spuma bianca non è la rosa che porto a te gialla come la febbre che mi consuma come il liquore che strega le parole come il veleno che stilla dal tuo seno gialla non è la rosa che porto a te sospirano le rose nell'aria spirano petalo a petalo mostrano il color ma il fiore che da solo cresce nel rovo rosso non è l'amore bianco non è il dolore il fiore solo è il dono che porto a te rosa come un romanzo di poca cosa come la resa che affiora sopra al viso come l'attesa che sulle labbra pesa rosa non è la rosa che porto a te come la porpora che infiamma il mattino come la lama che scalda il tuo cuscino come la spina che al cuore si avvicina rossa così è la rosa che porto a te lacrime di cristallo l'hanno bagnata lacrime e vino versate nel cammino goccia su goccia, perdute nella pioggia goccia su goccia le hanno asciugato il cuor portami allora portami il più bel fiore quello che duri più dell'amor per sé il fiore che da solo non specchia il rovo perfetto dal dolore perfetto dal suo cuore perfetto dal dono che fa di sè
November 04 Center of the Sun
Young girl in the market October 27 Indovina chi lo ha scritto, indovina chi lo ha detto."C'è un uomo, in questa locanda, che ha un buffo nome e studia dove finisce il mare. In questi giorni, mentre ti aspettavo, gli ho raccontato di noi e di come avessi paura del tuo arrivo e insieme voglia che tu arrivassi. E' un uomo buono e paziente. Mi stava ad ascoltare. E un giorno mi ha detto: - Scrivetegli - . Lui dice che scrivere a qualcuno è l'unico modo di aspettarlo senza farsi del male. E io ti ho scritto. Tutto quello che ho dentro di me l'ho messo in questa lettera. Lui dice, l'uomo col nome buffo, che tu capirai. Dice che leggerai, poi uscirai sulla spiaggia e camminando sulla riva del mare ripenserai a tutto, e capirai. Durerà un'ora o un giorno, non importa. Ma alla fine tornerai alla locanda. Lui dice che salirai le scale, aprirai la porta e senza dirmi nulla mi abbraccerai e mi bacerai. Lo so che sembra sciocco. Ma mi piacerebbe succedesse davvero. E' un bel modo di perdersi, perdersi uno nelle braccia dell'altro..." October 22 Gulp!DEVO aggiornare dopo la serata di ieri col gruppo di ballo (gruppo troppo troppo troppo belliZZImo!). Pizza più ballo...ma che serata!!!!
Grazie a tutte, e soprattutto a tutti, per la serata di ieri che è stata a dir poco
M
E
R
A
V
I
G
L
I
O
S
A
!!!!!! September 26 Il treno ha fischiatoPer chi avrà la pazienza di leggere tutto, questa è una novella che mi ha cambiato la vita e non solo a me.
Farneticava. Principio di febbre cerebrale, avevano detto i medici; e lo ripetevano tutti i compagni d'ufficio, che ritornavano a due, a tre, dall'ospizio, ov'erano stati a visitarlo. Pareva provassero un gusto particolare a darne l'annunzio coi termini scientifici, appresi or ora dai medici, a qualche collega ritardatario che incontravano per via: - Frenesia, frenesia. - Encefalite. - Infiammazione della membrana. - Febbre cerebrale. E volevan sembrare afflitti; ma erano in fondo così contenti, anche per quel dovere compiuto; nella pienezza della salute, usciti da quel triste ospizio al gajo azzurro della mattinata invernale. - Morrà? Impazzirà? - Mah! - Morire, pare di no... - Ma che dice? che dice? - Sempre la stessa cosa. Farnetica... - Povero Belluca! E a nessuno passava per il capo che, date le specialissime condizioni in cui quell'infelice viveva da tant'anni, il suo caso poteva anche essere naturalissimo; e che tutto ciò che Belluca diceva e che pareva a tutti delirio, sintomo della frenesia, poteva anche essere la spiegazione più semplice di quel suo naturalissimo caso. Veramente, il fatto che Belluca, la sera avanti, s'era fieramente ribellato al suo capo-ufficio, e che poi, all'aspra riprensione di questo, per poco non gli s'era scagliato addosso, dava un serio argomento alla supposizione che si trattasse d'una vera e propria alienazione mentale. Perché uomo più mansueto e sottomesso, più metodico e paziente di Belluca non si sarebbe potuto immaginare. Circoscritto... sì, chi l'aveva definito così? Uno dei suoi compagni d'ufficio. Circoscritto, povero Belluca, entro i limiti angustissimi della sua arida mansione di computista, senz'altra memoria che non fosse di partite aperte, di partite semplici o doppie o di storno, e di defalchi e prelevamenti e impostazioni; note, libri-mastri, partitarii, stracciafogli e via dicendo. Casellario ambulante: o piuttosto, vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre d'un passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi. Orbene, cento volte questo vecchio somaro era stato frustato, fustigato senza pietà, così per ridere, per il gusto di vedere se si riusciva a farlo imbizzire un po', a fargli almeno almeno drizzare un po' le orecchie abbattute, se non a dar segno che volesse levare un piede per sparar qualche calcio. Niente! S'era prese le frustate ingiuste e le crudeli punture in santa pace, sempre, senza neppur fiatare, come se gli toccassero, o meglio, come se non le sentisse più, avvezzo com'era da anni e anni alle continue solenni bastonature della sorte. Inconcepibile, dunque, veramente, quella ribellione in lui, se non come effetto d'una improvvisa alienazione mentale. Tanto più che, la sera avanti, proprio gli toccava la riprensione; proprio aveva il diritto di fargliela, il capo-ufficio. Già s'era presentato, la mattina, con un'aria insolita, nuova; e - cosa veramente enorme, paragonabile, che so? al crollo d'una montagna - era venuto con più di mezz'ora di ritardo. Pareva che il viso, tutt'a un tratto, gli si fosse allargato. Pareva che i paraocchi gli fossero tutt'a un tratto caduti, e gli si fosse scoperto, spalancato d'improvviso all'intorno lo spettacolo della vita. Pareva che gli orecchi tutt'a un tratto gli si fossero sturati e percepissero per la prima volta voci, suoni non avvertiti mai. Così ilare, d'una ilarità vaga e piena di stordimento, s'era presentato all'ufficio. E, tutto il giorno, non aveva combinato niente. La sera, il capo-ufficio, entrando nella stanza di lui, esaminati i registri, le carte: - E come mai? Che hai combinato tutt'oggi? Belluca lo aveva guardato sorridente, quasi con un'aria d'impudenza, aprendo le mani. - Che significa? - aveva allora esclamato il capo-ufficio, accostandoglisi e prendendolo per una spalla e scrollandolo. - Ohé, Belluca! - Niente, - aveva risposto Belluca, sempre con quel sorriso tra d'impudenza e d'imbecillità su le labbra. - Il treno, signor Cavaliere. - Il treno? Che treno? - Ha fischiato. - Ma che diavolo dici? - Stanotte, signor Cavaliere. Ha fischiato. L'ho sentito fischiare... - Il treno? - Sissignore. E se sapesse dove sono arrivato! In Siberia... oppure oppure... nelle foreste del Congo... Si fa in un attimo, signor Cavaliere! Gli altri impiegati, alle grida del capo-ufficio imbestialito, erano entrati nella stanza e, sentendo parlare così Belluca, giù risate da pazzi. Allora il capo-ufficio - che quella sera doveva essere di malumore - urtato da quelle risate, era montato su tutte le furie e aveva malmenato la mansueta vittima di tanti suoi scherzi crudeli. Se non che, questa volta, la vittima, con stupore e quasi con terrore di tutti, s'era ribellata, aveva inveito, gridando sempre quella stramberia del treno che aveva fischiato, e che, perdio, ora non più, ora ch'egli aveva sentito fischiare il treno, non poteva più, non voleva più esser trattato a quel modo. Lo avevano a viva forza preso, imbracato e trascinato all'ospizio dei matti. Seguitava ancora, qua, a parlare di quel treno. Ne imitava il fischio. Oh, un fischio assai lamentoso, come lontano, nella notte; accorato. E, subito dopo, soggiungeva: - Si parte, si parte... Signori, per dove? per dove? E guardava tutti con occhi che non erano più i suoi. Quegli occhi, di solito cupi, senza lustro, aggrottati, ora gli ridevano lucidissimi, come quelli d'un bambino o d'un uomo felice; e frasi senza costrutto gli uscivano dalle labbra. Cose inaudite, espressioni poetiche, immaginose, bislacche, che tanto più stupivano, in quanto non si poteva in alcun modo spiegare come, per qual prodigio, fiorissero in bocca a lui, cioè a uno che finora non s'era mai occupato d'altro che di cifre e registri e cataloghi, rimanendo come cieco e sordo alla vita: macchinetta di computisteria. Ora parlava di azzurre fronti di montagne nevose, levate al cielo; parlava di viscidi cetacei che, voluminosi, sul fondo dei mari, con la coda facevan la virgola. Cose, ripeto, inaudite. Chi venne a riferirmele insieme con la notizia dell'improvvisa alienazione mentale rimase però sconcertato, non notando in me, non che meraviglia, ma neppur una lieve sorpresa. Difatti io accolsi in silenzio la notizia. E il mio silenzio era pieno di dolore. Tentennai il capo, con gli angoli della bocca contratti in giù, amaramente, e dissi: - Belluca, signori, non è impazzito. State sicuri che non è impazzito. Qualche cosa dev'essergli accaduta; ma naturalissima. Nessuno se la può spiegare, perché nessuno sa bene come quest'uomo ha vissuto finora. Io che lo so, son sicuro che mi spiegherò tutto naturalissimamente, appena l'avrò veduto e avrò parlato con lui. Cammin facendo verso l'ospizio ove il poverino era stato ricoverato, seguitai a riflettere per conto mio: «A un uomo che viva come Belluca finora ha vissuto, cioè una vita "impossibile", la cosa più ovvia, l'incidente più comune, un qualunque lievissimo inciampo impreveduto, che so io, d'un ciottolo per via, possono produrre effetti straordinarii, di cui nessuno si può dar la spiegazione, se non pensa appunto che la vita di quell'uomo è "impossibile". Bisogna condurre la spiegazione là, riattaccandola a quelle condizioni di vita impossibili, ed essa apparirà allora semplice e chiara. Chi veda soltanto una coda, facendo astrazione dal mostro a cui essa appartiene, potrà stimarla per se stessa mostruosa. Bisognerà riattaccarla al mostro; e allora non sembrerà più tale; ma quale dev'essere, appartenendo a quel mostro. Una coda naturalissima.» Non avevo veduto mai un uomo vivere come Belluca. Ero suo vicino di casa, e non io soltanto, ma tutti gli altri inquilini della casa si domandavano con me come mai quell'uomo potesse resistere in quelle condizioni di vita. Aveva con sé tre cieche, la moglie, la suocera e la sorella della suocera: queste due, vecchissime, per cataratta; l'altra, la moglie, senza cataratta, cieca fissa; palpebre murate. Tutt'e tre volevano esser servite. Strillavano dalla mattina alla sera perché nessuno le serviva. Le due figliuole vedove, raccolte in casa dopo la morte dei mariti, l'una con quattro, l'altra con tre figliuoli, non avevano mai né tempo né voglia da badare ad esse; se mai, porgevano qualche ajuto alla madre soltanto. Con lo scarso provento del suo impieguccio di computista poteva Belluca dar da mangiare a tutte quelle bocche? Si procurava altro lavoro per la sera, in casa: carte da ricopiare. E ricopiava tra gli strilli indiavolati di quelle cinque donne e di quei sette ragazzi finché essi, tutt'e dodici, non trovavan posto nei tre soli letti della casa. Letti ampii, matrimoniali; ma tre. Zuffe furibonde, inseguimenti, mobili rovesciati, stoviglie rotte, pianti, urli, tonfi, perché qualcuno dei ragazzi, al bujo, scappava e andava a cacciarsi fra le tre vecchie cieche, che dormivano in un letto a parte, e che ogni sera litigavano anch'esse tra loro, perché nessuna delle tre voleva stare in mezzo e si ribellava quando veniva la sua volta. Alla fine, si faceva silenzio, e Belluca seguitava a ricopiare fino a tarda notte, finché la penna non gli cadeva di mano e gli occhi non gli si chiudevano da sé. Andava allora a buttarsi, spesso vestito, su un divanaccio sgangherato, e subito sprofondava in un sonno di piombo, da cui ogni mattina si levava a stento, più intontito che mai. Ebbene, signori: a Belluca, in queste condizioni, era accaduto un fatto naturalissimo. Quando andai a trovarlo all'ospizio, me lo raccontò lui stesso, per filo e per segno. Era, sì, ancora esaltato un po', ma naturalissimamente, per ciò che gli era accaduto. Rideva dei medici e degli infermieri e di tutti i suoi colleghi, che lo credevano impazzito. - Magari! - diceva. - Magari! Signori, Belluca, s'era dimenticato da tanti e tanti anni - ma proprio dimenticato - che il mondo esisteva. Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia bendata, aggiogata alla stanga d'una nòria o d'un molino, sissignori, s'era dimenticato da anni e anni - ma proprio dimenticato - che il mondo esisteva. Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per l'eccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito d'addormentarsi subito. E, d'improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno. Gli era parso che gli orecchi, dopo tant'anni, chi sa come, d'improvviso gli si fossero sturati. Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d'un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s'era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt'intorno. S'era tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero dietro a quel treno che s'allontanava nella notte. C'era, ah! c'era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c'era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s'avviava... Firenze, Bologna, Torino, Venezia... tante città, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra. Sì, sapeva la vita che vi si viveva! La vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui!. E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr'egli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino. Non ci aveva pensato più! Il mondo s'era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell'arida, ispida angustia della sua computisteria... Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito. L'attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con l'immaginazione d'improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città note e ignote, lande, montagne, foreste, mari... Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo. C'erano, mentr'egli qua viveva questa vita «impossibile», tanti e tanti milioni d'uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo ch'egli qua soffriva, c'erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti... Sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva così... c'erano gli oceani... le foreste... E, dunque, lui - ora che il mondo gli era rientrato nello spirito - poteva in qualche modo consolarsi! Sì, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere con l'immaginazione una boccata d'aria nel mondo. Gli bastava! Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. S'era ubriacato. Tutto il mondo, dentro d'un tratto: un cataclisma. A poco a poco, si sarebbe ricomposto. Era ancora ebro della troppa troppa aria, lo sentiva. Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capo-ufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria. Soltanto il capo-ufficio ormai non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e l'altra da registrare, egli facesse una capatina, sì, in Siberia... oppure oppure... nelle foreste del Congo: - Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato...
- Il treno ha fischiato, L. Pirandello - September 23 A MatteoBambino che non ho.
Bambino che non ho, figlio mai nato,
cerchero di spiegarti tutto ciò che hai evitato. Il parto, inanzitutto, e il dolore di saperti espulso dall'amore. La paura di venire abbandonato, quei vagiti lunghi come i fiasci dei treni notturni nelle stazioni secondarie, e il suono, il suono delle parole indecifrabili che ti impongono la loro dizione. E i birignao intollerabili con cui ti si rivolgono le persone. La prima volta che la tua mamma uscirà la sera. Il terrore che non tornerà più. Ti ho evitato la vergogna di fartela sotto a scuola, gli altri che ridono e ti mettono alla gogna. La fatica di sollevare la prima matita come un macigno, e il ghigno dei grandi quando deformi le parole. Ti ho evitato il freddo quando piove la paura dei tuoni dei fantasmi delle streghe, e poi le prime bugie: quando un compagno ti dirà "Tuo padre è ubriaco" oppure "Noi siamo molto più ricchi di voi" e ti faranno vergognare della tua famiglia e del tuo nome. Io ti ho evitato, piccolo, l'angoscia di un cognome e delle ombre che comporta e poi, diciottenne al primo amore, la sconfitta di attendere ore dietro una porta lei che non ti vuole. E l'assillo del primo impiego, l'offesa di tutte le file burocratiche, i soprusi di chi ti comanda e l'arroganza dei prepotenti. Io ti ho evitato tutte le litigate, le sgridate il dolore di quando moriranno tuo padre e tua madre, la solitudine del deserto, quella provocata dall'invidia, dal tradimento, quella solitudine che ti farà percorrere tutte le vie dell'anima. E poi, da vecchio lo sgomento per aver tanto vissuto e sofferto e gridato e amato, inutilmente, in cambio di niente, inascoltato. L'elenco potrebbe continuare, ma è un'inpresa inutile, come catalogare le gocce del mare. Inutile, perchè il dolore più grande, tuo padre non te l'ha evitato. Il dolore di non essere nato. - Jack Folla- September 16 EpipsychidionInsieme
Insieme noi ci leveremo, e sederemo e andremo insieme.
Sotto la volta dell'azzurro clima ionico,
E vagheremo in mezzo ai prati, e saliremo
Sulle montagne muscose dove gli azzurri ciel con le brezze
Si chinano a sfiorar la loro amante;
O indugeremo dove la spiaggia ciottolosa
Ai baci lievi e rapidi del mare
Trema e scintilla come in estasi -
Possedendo e posseduti da tutto quanto è
Entro quel calmo centro di beatitudine,
e l'un dall'altra, finchè amare e vivere
siano una cosa sola.
-E. Dickinson -
Sonetto 116
Non che all’unione di animi costanti ponga io impedimenti: non è amor vero quel che ai mutamenti muta i manti o s’immiserisce se l’altro è misero. Oh no, no esso è un faro per sempre fisso sulle tempeste, ma mai ne è turbato; stella polare è per chi è nell’abisso, e il suo valore è ignoto anche se stimato. L’Amore non è del Tempo il buffone, a dispetto della sua letale falce; l’amore ai suoi brevi momenti s’oppone resistendo fin al Giudizio iscritto in calce. Se questo fosse errore e sia provato, non ho io mai scritto e nessuno ha mai amato. -Sonetto 116, Shakespeare- September 15 Hervè JoncourTutto cio che Hervè Joncour disse, sul suo viaggio, fu che le uova si erano dischiuse in un paese vicino a Colonia, e che il paese si chiamava Eberfeld.
Quattro mesi e tredici giorni dopo il suo ritorno, Balbabiou si sedette davanti a lui, sulla riva del lago, al limite occidentale del parco, e gli disse
-Tanto a qualcuno la dovrai raccontare, prima o poi, la verità.
Lo disse piano, con fatica, perchè non credeva, mai, che la verità servisse a qualcosa.
Hervè Joncour alzò lo sguardo verso il parco.
C'era autunno e luce falsa, tutt'intorno.
-La prima volta che vidi Hara Kei indossava una tunica scura, stava seduto a gambe incrociate, immobile, in un angolo della stanza. Sdraiata accanto a lui, col capo appoggiato sul suo grambo, c'era una donna. I suoi occhi non avevano un taglio orientale, e il suo volto era il volto di una ragazzina.
Baldabiou stette ad ascoltare, in silenzio, fino all'ultimo, fino al treno di Ebersfeld.
Non pensava nulla.
Ascoltava.
Gli fece male sentire, alla fine, Hervè Joncour dire piano
-Non ho mai sentito nemmeno la sua voce.
E dopo un po':
-E' uno strano dolore.
Piano.
-Morire di nostalgia per qualcosa che non vivrai mai.
Risalirono il parco camminando uno accanto ll'altro. L'unica cosa che Baldabiou disse fu
-Ma perchè diavolo fa questo freddo porco?
Lo disse a un certo punto.
-Seta, Baricco- July 05 già più di un mese.Oddio...è più di un mese che non scrivo....faccio un riassunto per punti:
- Ho finito la scuola
- Ho fatto gli esami di maturità
- Nonna si è rotta in modo inoperabile una spalla e ora vive con me
- Domani parto per il mare
Un mese tranquillo insomma...
Babi a tutti...e vi penserò mentre faccio il bagnetto....
Pucci pucci...
Soprattutto quelli che si sono rotti vari arti e parti del corpo indi per cui hanno mandato per aria le vacanze in virtù del gesso. Baci.
E un mega abbraccio a quelli che ho estenuato in questo mese :-)...avete conosciuto il lato peggiore di me... ovvero(in rigoroso ordine alfabetico per non fare torti a nessuno):
Amedeo
Laura
Luigi
Marti
Salvatore
qualcun altro si sente estenuato da me?
Baci e Bon Voyage! (francese zero...)
June 03 Una Lunga Storia d'Amore Quando ti ho vista arrivare
bella così come sei non mi sembrava possibile che tra tanta gente che tu ti accorgessi di me. È stato come volare qui dentro camera mia come nel sonno più dentro di te io ti conosco da sempre e ti amo da mai. Fai finta di non lasciarmi mai anche se dovrà finire prima o poi questa lunga storia d'amore ora è già tardi ma è presto se tu te ne vai. Fai finta che solo per noi due passerà il tempo ma non passerà questa lunga storia d'amore ... Ora è già tardi ma è presto se tu te ne vai È troppo tardi ma è presto se tu te ne vai.
May 27 Messaggio in Bottiglia
La serenità non è trastullo né vanità, ma altissima conoscenza e amore, è affermazione di ogni realtà, è vigilanza al margine di ogni profondità e precipizio.
Essa è il segreto della bellezza e l’autentica sostanza di ogni arte.
H. Hesse |
|
|