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Alchimie di Fragranze

L'Arte è dove le parole non arrivano
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Luigi
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muffin al.di.là
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Fabio

Updated 1/1/2008
Updated 1/1/2008
Updated 1/1/2008
Updated 1/1/2008
Updated 3/20/2007
Updated 3/5/2008
Updated 2/17/2007
Updated 2/6/2007
Updated 1/26/2007
Updated 12/2/2006
Updated 11/28/2006
June 10

Oceano

Piove sull'oceano piove sull'oceano
piove sulla mia identità
lampi sull'oceano lampi sull'oceano
squarci di luminosità
forse là in america
i venti del pacifico
scoprono le sue immensità
le mie mani stringono
sogni lontanissimi e il
mio pensiero corre da te

remo tremo sento
profondi oscuri abissi
è per l'amore che ti do
è per l'amore che non sai
che mi fai naufragare
è per l'amore che non ho
è per l'amore che vorrei
è per questo dolore
è questo amore che ho per te
che mi fa superare
queste vere tempeste

onde sull'oceano
onde sull'oceano
che dolcemente si placherà

le mie mani stringono
sogni lontanissimi e il
tuo respiro soffia su me

remo tremo sento
vento intorno al cuore

è per l'amore che ho per te
che mi fa superare
mille tempeste

per l'amore che ti do
per l'amore che vorrei
da questo mare

è per la vita che non c'è
che mi fai naufragare
in fondo al cuore

tutto questo ti avrà
e a te sembrerà
tutto normale.
April 05

A...te

E' dopo le serate come queste che tornando a casa non riesco a dormire e mi faccio tante domane a cui non so rispondere.

Il mio cuore o la mia illusione mi impongono di continuare.

Dopo le vibrazioni che mi fai avvertire, quando mi trascini in pista tenendomi per mano, quando mi chiedi di spingere sulla tua spalla, quanto mi prendi la mano e la posi sul tuo petto e sui tuoi addominali per farmi sentire quanto lavori.

E quando ci facciamo le facce e le boccacce mentre balliamo.

O quando ti faccio la linguaccia mentre ballo con un'altro o sei tu a farlo.

E quando giriamo assieme tenuti per le spalle, la schiena e le mani intrecciate.

O fuori pista quando mi muovo piano al tempo di una bachata che da mesi non mi fai più ballare ma che sento ancora vicinissima.

E se poi ti presenti con la barba, e il tuo profumo, così naturale ed intenso. La camicia bianca inamidata e con i polsini che arrotoli e srotoli, ecco, li mi viene davvero difficile riuscire a guardarti e non sorridere pensando quanto sia bello anche solo poterti avere affianco.

E quando ti prendo in giro e ti dico di sopportarmi che ultimamente sono dispettosa e tu cerchi sempre il perchè.

E quando...

E' quando mi chiedo se questo è amore e se lo è se mai troverò troverai troverà o troveremo il modo di far si che questo esploda...

Per ora posso dire che amo il tempo che passiamo insieme, che ne sono ingorda e che ne vorrei sempre di più.

March 18

L7_Pensierosa

Le certezze che avevo e che ho abbandonato, le ho definitivamente abbandonate o le ho solamente impolverate perchè non erano "socialmente corrette" noi miei rapporti con gli altri?

Non mi so rispondere. E questo mi spaventa.

 

 

 

Post per Ben. che è convinta di essere sbagliata perchè LEI si lascia sommergere dalle emozioni e gli altri invece sanno SEMPRE cosa fare, come comportarsi, gestirsi, muoversi, sorridere, camminare...

 

March 05

Private Dancer _ Sugar

 
 
Well the men come in these places
And the men are all the same
You dont look at their faces
And you dont ask their names
You dont think of them as human
You dont think of them at all
You keep your mind on the money
Keeping your eyes on the wall

Im your private dancer
A dancer for money
Ill do what you want me to do
Im your private dancer
A dancer money
Any old music will do

I wanna make a million dollars
I wanna live out by the sea
Have a husband and some children
Yeah I guess I want a family
All the men come in these places
And the men are all the same
You dont look at their faces
And you dont ask their names
Repeat chorus twice

Deutschmarks or dollars
American express will nicely thank you
Let me loosen up your collar
Tell me do you wanna see me do the shimmy again

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February 09

8-02-08

XVII

Non t'amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t'amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, tra l'ombra e l'anima.

T'amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.

T'amo senza sapere come, né quando, né da dove,
t'amo direttamente senza problemi né orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti


che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.

Pablo Neruda

 

 

December 02

Rosa

Con una rosa hai detto
vienimi a cercare
tutta la sera io resterò da sola
ed io per te
muoio per te
con una rosa sono venuto a te

bianca come le nuvole di lontano
come una notte amara passata invano
come la schiuma che sopra il mare spuma
bianca non è la rosa che porto a te

gialla come la febbre che mi consuma
come il liquore che strega le parole
come il veleno che stilla dal tuo seno
gialla non è la rosa che porto a te

sospirano le rose nell'aria spirano
petalo a petalo mostrano il color
ma il fiore che da solo cresce nel rovo
rosso non è l'amore
bianco non è il dolore
il fiore solo è il dono che porto a te

rosa come un romanzo di poca cosa
come la resa che affiora sopra al viso
come l'attesa che sulle labbra pesa
rosa non è la rosa che porto a te

come la porpora che infiamma il mattino
come la lama che scalda il tuo cuscino
come la spina che al cuore si avvicina
rossa così è la rosa che porto a te

lacrime di cristallo l'hanno bagnata
lacrime e vino versate nel cammino
goccia su goccia, perdute nella pioggia
goccia su goccia le hanno asciugato il cuor

portami allora portami il più bel fiore
quello che duri più dell'amor per sé
il fiore che da solo non specchia il rovo
perfetto dal dolore
perfetto dal suo cuore
perfetto dal dono che fa di sè

November 12

A Fra

Questo post è tutto per Francesco da cui ho imparato qualcosa di importante.

November 04

Center of the Sun

Young girl in the market
Music to the men
When the men leave
Her eyes are red
When her eyes are closed again she sees the dark market of above

And she sings
'They say the most horrible things
But I hear violins, when I close my eyes
I am at the center of the sun
And I cannot be hurt
By anything this wicked world has done'

Young boy in the market
Follows all the men
When the men leave
He's out of his head
When his eyes are closed again he sees the dark market of above

And he sings
'They break the most beautiful things
But I hear violins, when I close my eyes
I am at the center of the sun
And I cannot be hurt
By anything this wicked world has done
I look into your eyes
And I am at the center of the sun
And I cannot be hurt
By anything this wicked world has done'

Center of the sun

Young boy in the market
Sees the girl alone
And asks her
'Have you lost your way home?'
She sings
'You say the most beautiful things, just like my violins'

I look into your eyes
I am at the center of the sun
And I cannot be hurt
By anything this wicked world has done

When I close my eyes
I am at the center of the sun
And I cannot be hurt
By anything this wicked world has done

'Cause
I hear violins
I hear violins

I hear violins
I hear violins

Center of the sun

I hear ...violins

 

October 27

Indovina chi lo ha scritto, indovina chi lo ha detto.

"C'è un uomo, in questa locanda, che ha un buffo nome
e studia dove finisce il mare. In questi giorni, mentre
ti aspettavo, gli ho raccontato di noi e di come
avessi paura del tuo arrivo e insieme voglia che tu
arrivassi. E' un uomo buono e paziente. Mi stava ad
ascoltare. E un giorno mi ha detto: - Scrivetegli - .
Lui dice che scrivere a qualcuno è l'unico modo di
aspettarlo senza farsi del male. E io ti ho scritto.
Tutto quello che ho dentro di me l'ho messo in questa
lettera. Lui dice, l'uomo col nome buffo, che tu
capirai. Dice che leggerai, poi uscirai sulla spiaggia
e camminando sulla riva del mare ripenserai a tutto, e
capirai. Durerà un'ora o un giorno, non importa. Ma
alla fine tornerai alla locanda. Lui dice che salirai
le scale, aprirai la porta e senza dirmi nulla mi
abbraccerai e mi bacerai.
Lo so che sembra sciocco. Ma mi piacerebbe succedesse
davvero. E' un bel modo di perdersi, perdersi uno
nelle braccia dell'altro..."
October 22

Gulp!

DEVO aggiornare dopo la serata di ieri col gruppo di ballo (gruppo troppo troppo troppo belliZZImo!). Pizza più ballo...ma che serata!!!!
Grazie a tutte, e soprattutto a tutti, per la serata di ieri che è stata a dir poco
M
E
R
A
V
I
G
L
I
O
S
A
!!!!!!
September 26

Il treno ha fischiato

 
Per chi avrà la pazienza di leggere tutto, questa è una novella che mi ha cambiato la vita e non solo a me.

Farneticava. Principio di febbre cerebrale, avevano detto i medici; e lo ripetevano tutti i compagni d'ufficio, che ritornavano a due, a tre, dall'ospizio, ov'erano stati a visitarlo. Pareva provassero un gusto particolare a darne l'annunzio coi termini scientifici, appresi or ora dai medici, a qualche collega ritardatario che incontravano per via: - Frenesia, frenesia. - Encefalite. - Infiammazione della membrana. - Febbre cerebrale. E volevan sembrare afflitti; ma erano in fondo così contenti, anche per quel dovere compiuto; nella pienezza della salute, usciti da quel triste ospizio al gajo azzurro della mattinata invernale. - Morrà? Impazzirà? - Mah! - Morire, pare di no... - Ma che dice? che dice? - Sempre la stessa cosa. Farnetica... - Povero Belluca! E a nessuno passava per il capo che, date le specialissime condizioni in cui quell'infelice viveva da tant'anni, il suo caso poteva anche essere naturalissimo; e che tutto ciò che Belluca diceva e che pareva a tutti delirio, sintomo della frenesia, poteva anche essere la spiegazione più semplice di quel suo naturalissimo caso. Veramente, il fatto che Belluca, la sera avanti, s'era fieramente ribellato al suo capo-ufficio, e che poi, all'aspra riprensione di questo, per poco non gli s'era scagliato addosso, dava un serio argomento alla supposizione che si trattasse d'una vera e propria alienazione mentale. Perché uomo più mansueto e sottomesso, più metodico e paziente di Belluca non si sarebbe potuto immaginare. Circoscritto... sì, chi l'aveva definito così? Uno dei suoi compagni d'ufficio. Circoscritto, povero Belluca, entro i limiti angustissimi della sua arida mansione di computista, senz'altra memoria che non fosse di partite aperte, di partite semplici o doppie o di storno, e di defalchi e prelevamenti e impostazioni; note, libri-mastri, partitarii, stracciafogli e via dicendo. Casellario ambulante: o piuttosto, vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre d'un passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi. Orbene, cento volte questo vecchio somaro era stato frustato, fustigato senza pietà, così per ridere, per il gusto di vedere se si riusciva a farlo imbizzire un po', a fargli almeno almeno drizzare un po' le orecchie abbattute, se non a dar segno che volesse levare un piede per sparar qualche calcio. Niente! S'era prese le frustate ingiuste e le crudeli punture in santa pace, sempre, senza neppur fiatare, come se gli toccassero, o meglio, come se non le sentisse più, avvezzo com'era da anni e anni alle continue solenni bastonature della sorte. Inconcepibile, dunque, veramente, quella ribellione in lui, se non come effetto d'una improvvisa alienazione mentale. Tanto più che, la sera avanti, proprio gli toccava la riprensione; proprio aveva il diritto di fargliela, il capo-ufficio. Già s'era presentato, la mattina, con un'aria insolita, nuova; e - cosa veramente enorme, paragonabile, che so? al crollo d'una montagna - era venuto con più di mezz'ora di ritardo. Pareva che il viso, tutt'a un tratto, gli si fosse allargato. Pareva che i paraocchi gli fossero tutt'a un tratto caduti, e gli si fosse scoperto, spalancato d'improvviso all'intorno lo spettacolo della vita. Pareva che gli orecchi tutt'a un tratto gli si fossero sturati e percepissero per la prima volta voci, suoni non avvertiti mai. Così ilare, d'una ilarità vaga e piena di stordimento, s'era presentato all'ufficio. E, tutto il giorno, non aveva combinato niente. La sera, il capo-ufficio, entrando nella stanza di lui, esaminati i registri, le carte: - E come mai? Che hai combinato tutt'oggi? Belluca lo aveva guardato sorridente, quasi con un'aria d'impudenza, aprendo le mani. - Che significa? - aveva allora esclamato il capo-ufficio, accostandoglisi e prendendolo per una spalla e scrollandolo. - Ohé, Belluca! - Niente, - aveva risposto Belluca, sempre con quel sorriso tra d'impudenza e d'imbecillità su le labbra. - Il treno, signor Cavaliere. - Il treno? Che treno? - Ha fischiato. - Ma che diavolo dici? - Stanotte, signor Cavaliere. Ha fischiato. L'ho sentito fischiare... - Il treno? - Sissignore. E se sapesse dove sono arrivato! In Siberia... oppure oppure... nelle foreste del Congo... Si fa in un attimo, signor Cavaliere! Gli altri impiegati, alle grida del capo-ufficio imbestialito, erano entrati nella stanza e, sentendo parlare così Belluca, giù risate da pazzi. Allora il capo-ufficio - che quella sera doveva essere di malumore - urtato da quelle risate, era montato su tutte le furie e aveva malmenato la mansueta vittima di tanti suoi scherzi crudeli. Se non che, questa volta, la vittima, con stupore e quasi con terrore di tutti, s'era ribellata, aveva inveito, gridando sempre quella stramberia del treno che aveva fischiato, e che, perdio, ora non più, ora ch'egli aveva sentito fischiare il treno, non poteva più, non voleva più esser trattato a quel modo. Lo avevano a viva forza preso, imbracato e trascinato all'ospizio dei matti. Seguitava ancora, qua, a parlare di quel treno. Ne imitava il fischio. Oh, un fischio assai lamentoso, come lontano, nella notte; accorato. E, subito dopo, soggiungeva: - Si parte, si parte... Signori, per dove? per dove? E guardava tutti con occhi che non erano più i suoi. Quegli occhi, di solito cupi, senza lustro, aggrottati, ora gli ridevano lucidissimi, come quelli d'un bambino o d'un uomo felice; e frasi senza costrutto gli uscivano dalle labbra. Cose inaudite, espressioni poetiche, immaginose, bislacche, che tanto più stupivano, in quanto non si poteva in alcun modo spiegare come, per qual prodigio, fiorissero in bocca a lui, cioè a uno che finora non s'era mai occupato d'altro che di cifre e registri e cataloghi, rimanendo come cieco e sordo alla vita: macchinetta di computisteria. Ora parlava di azzurre fronti di montagne nevose, levate al cielo; parlava di viscidi cetacei che, voluminosi, sul fondo dei mari, con la coda facevan la virgola. Cose, ripeto, inaudite. Chi venne a riferirmele insieme con la notizia dell'improvvisa alienazione mentale rimase però sconcertato, non notando in me, non che meraviglia, ma neppur una lieve sorpresa. Difatti io accolsi in silenzio la notizia. E il mio silenzio era pieno di dolore. Tentennai il capo, con gli angoli della bocca contratti in giù, amaramente, e dissi: - Belluca, signori, non è impazzito. State sicuri che non è impazzito. Qualche cosa dev'essergli accaduta; ma naturalissima. Nessuno se la può spiegare, perché nessuno sa bene come quest'uomo ha vissuto finora. Io che lo so, son sicuro che mi spiegherò tutto naturalissimamente, appena l'avrò veduto e avrò parlato con lui. Cammin facendo verso l'ospizio ove il poverino era stato ricoverato, seguitai a riflettere per conto mio: «A un uomo che viva come Belluca finora ha vissuto, cioè una vita "impossibile", la cosa più ovvia, l'incidente più comune, un qualunque lievissimo inciampo impreveduto, che so io, d'un ciottolo per via, possono produrre effetti straordinarii, di cui nessuno si può dar la spiegazione, se non pensa appunto che la vita di quell'uomo è "impossibile". Bisogna condurre la spiegazione là, riattaccandola a quelle condizioni di vita impossibili, ed essa apparirà allora semplice e chiara. Chi veda soltanto una coda, facendo astrazione dal mostro a cui essa appartiene, potrà stimarla per se stessa mostruosa. Bisognerà riattaccarla al mostro; e allora non sembrerà più tale; ma quale dev'essere, appartenendo a quel mostro. Una coda naturalissima.» Non avevo veduto mai un uomo vivere come Belluca. Ero suo vicino di casa, e non io soltanto, ma tutti gli altri inquilini della casa si domandavano con me come mai quell'uomo potesse resistere in quelle condizioni di vita. Aveva con sé tre cieche, la moglie, la suocera e la sorella della suocera: queste due, vecchissime, per cataratta; l'altra, la moglie, senza cataratta, cieca fissa; palpebre murate. Tutt'e tre volevano esser servite. Strillavano dalla mattina alla sera perché nessuno le serviva. Le due figliuole vedove, raccolte in casa dopo la morte dei mariti, l'una con quattro, l'altra con tre figliuoli, non avevano mai né tempo né voglia da badare ad esse; se mai, porgevano qualche ajuto alla madre soltanto. Con lo scarso provento del suo impieguccio di computista poteva Belluca dar da mangiare a tutte quelle bocche? Si procurava altro lavoro per la sera, in casa: carte da ricopiare. E ricopiava tra gli strilli indiavolati di quelle cinque donne e di quei sette ragazzi finché essi, tutt'e dodici, non trovavan posto nei tre soli letti della casa. Letti ampii, matrimoniali; ma tre. Zuffe furibonde, inseguimenti, mobili rovesciati, stoviglie rotte, pianti, urli, tonfi, perché qualcuno dei ragazzi, al bujo, scappava e andava a cacciarsi fra le tre vecchie cieche, che dormivano in un letto a parte, e che ogni sera litigavano anch'esse tra loro, perché nessuna delle tre voleva stare in mezzo e si ribellava quando veniva la sua volta. Alla fine, si faceva silenzio, e Belluca seguitava a ricopiare fino a tarda notte, finché la penna non gli cadeva di mano e gli occhi non gli si chiudevano da sé. Andava allora a buttarsi, spesso vestito, su un divanaccio sgangherato, e subito sprofondava in un sonno di piombo, da cui ogni mattina si levava a stento, più intontito che mai. Ebbene, signori: a Belluca, in queste condizioni, era accaduto un fatto naturalissimo. Quando andai a trovarlo all'ospizio, me lo raccontò lui stesso, per filo e per segno. Era, sì, ancora esaltato un po', ma naturalissimamente, per ciò che gli era accaduto. Rideva dei medici e degli infermieri e di tutti i suoi colleghi, che lo credevano impazzito. - Magari! - diceva. - Magari! Signori, Belluca, s'era dimenticato da tanti e tanti anni - ma proprio dimenticato - che il mondo esisteva. Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia bendata, aggiogata alla stanga d'una nòria o d'un molino, sissignori, s'era dimenticato da anni e anni - ma proprio dimenticato - che il mondo esisteva. Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per l'eccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito d'addormentarsi subito. E, d'improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno. Gli era parso che gli orecchi, dopo tant'anni, chi sa come, d'improvviso gli si fossero sturati. Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d'un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s'era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt'intorno. S'era tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero dietro a quel treno che s'allontanava nella notte. C'era, ah! c'era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c'era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s'avviava... Firenze, Bologna, Torino, Venezia... tante città, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra. Sì, sapeva la vita che vi si viveva! La vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui!. E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr'egli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino. Non ci aveva pensato più! Il mondo s'era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell'arida, ispida angustia della sua computisteria... Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito. L'attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con l'immaginazione d'improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città note e ignote, lande, montagne, foreste, mari... Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo. C'erano, mentr'egli qua viveva questa vita «impossibile», tanti e tanti milioni d'uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo ch'egli qua soffriva, c'erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti... Sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva così... c'erano gli oceani... le foreste... E, dunque, lui - ora che il mondo gli era rientrato nello spirito - poteva in qualche modo consolarsi! Sì, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere con l'immaginazione una boccata d'aria nel mondo. Gli bastava! Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. S'era ubriacato. Tutto il mondo, dentro d'un tratto: un cataclisma. A poco a poco, si sarebbe ricomposto. Era ancora ebro della troppa troppa aria, lo sentiva. Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capo-ufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria. Soltanto il capo-ufficio ormai non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e l'altra da registrare, egli facesse una capatina, sì, in Siberia... oppure oppure... nelle foreste del Congo: - Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato...

 

- Il treno ha fischiato, L. Pirandello -

September 23

A Matteo

 
Bambino che non ho.
 
Bambino che non ho, figlio mai nato,
cerchero di spiegarti tutto ciò che hai evitato.
Il parto, inanzitutto, e il dolore

di saperti espulso dall'amore. La paura
di venire abbandonato, quei vagiti lunghi
come i fiasci dei treni notturni nelle stazioni secondarie,
e il suono, il suono delle parole indecifrabili
che ti impongono la loro dizione. E i birignao intollerabili
con cui ti si rivolgono le persone.
La prima volta che la tua mamma uscirà la sera.
Il terrore che non tornerà più.
Ti ho evitato la vergogna di fartela sotto a scuola,
gli altri che ridono e ti mettono alla gogna.
La fatica di sollevare la prima matita come un macigno,
e il ghigno dei grandi quando deformi le parole.
Ti ho evitato il freddo quando piove
la paura dei tuoni dei fantasmi delle streghe,
e poi le prime bugie: quando un compagno ti dirà
"Tuo padre è ubriaco" oppure
"Noi siamo molto più ricchi di voi"
e ti faranno vergognare della tua famiglia e del tuo nome.
Io ti ho evitato, piccolo, l'angoscia di un cognome
e delle ombre che comporta e poi,
diciottenne al primo amore,
la sconfitta di attendere ore dietro una porta
lei che non ti vuole. E l'assillo del primo impiego,
l'offesa di tutte le file burocratiche,
i soprusi di chi ti comanda e l'arroganza dei prepotenti.
Io ti ho evitato tutte le litigate, le sgridate
il dolore di quando moriranno tuo padre e tua madre,
la solitudine del deserto, quella provocata dall'invidia,
dal tradimento, quella solitudine
che ti farà percorrere tutte le vie dell'anima.
E poi, da vecchio lo sgomento
per aver tanto vissuto e sofferto e gridato e amato,
inutilmente, in cambio di niente, inascoltato.
L'elenco potrebbe continuare, ma è un'inpresa inutile,
come catalogare le gocce del mare. Inutile,
perchè il dolore più grande, tuo padre non te l'ha evitato.
Il dolore di non essere nato.
 
- Jack Folla-
September 16

Epipsychidion

 
Insieme
Insieme noi ci leveremo, e sederemo e andremo insieme.
Sotto la volta dell'azzurro clima ionico,
E vagheremo in mezzo ai prati, e saliremo
Sulle montagne muscose dove gli azzurri ciel con le brezze
Si chinano a sfiorar la loro amante;
O indugeremo dove la spiaggia ciottolosa
Ai baci lievi e rapidi del mare
Trema e scintilla come in estasi -
Possedendo e posseduti da tutto quanto è
Entro quel calmo centro di beatitudine,
e l'un dall'altra, finchè amare e vivere
siano una cosa sola.
 
-E. Dickinson -
 

Sonetto 116

 

Non che all’unione di animi costanti

ponga io impedimenti: non è amor vero

quel che ai mutamenti muta i manti

o s’immiserisce se l’altro è misero.

Oh no, no esso è un faro per sempre fisso

sulle tempeste, ma mai ne è turbato;

stella polare è per chi è nell’abisso,

e il suo valore è ignoto anche se stimato.

L’Amore non è del Tempo il buffone,

a dispetto della sua letale falce;

l’amore ai suoi brevi momenti s’oppone

resistendo fin al Giudizio iscritto in calce.

Se questo fosse errore e sia provato,

non ho io mai scritto e nessuno ha mai amato.

  -Sonetto 116, Shakespeare-

September 15

Hervè Joncour

Tutto cio  che Hervè Joncour disse, sul suo viaggio, fu che le uova si erano dischiuse in un paese vicino a Colonia, e che il paese si chiamava Eberfeld.
Quattro mesi e tredici giorni dopo il suo ritorno, Balbabiou si sedette davanti a lui, sulla riva del lago, al limite occidentale del parco, e gli disse
-Tanto a qualcuno la dovrai raccontare, prima o poi, la verità.
Lo disse piano, con fatica, perchè non credeva, mai, che la verità servisse a qualcosa.
Hervè Joncour alzò lo sguardo verso il parco.
C'era autunno e luce falsa, tutt'intorno.
-La prima volta che vidi Hara Kei indossava una tunica scura, stava seduto a gambe incrociate, immobile, in un angolo della stanza. Sdraiata accanto a lui, col capo appoggiato sul suo grambo, c'era una donna. I suoi occhi non avevano un taglio orientale, e il suo volto era il volto di una ragazzina.
Baldabiou stette ad ascoltare, in silenzio, fino all'ultimo, fino al treno di Ebersfeld.
Non pensava nulla.
Ascoltava.
Gli fece male sentire, alla fine, Hervè Joncour dire piano
-Non ho mai sentito nemmeno la sua voce.
E dopo un po':
-E' uno strano dolore.
Piano.
-Morire di nostalgia per qualcosa che non vivrai mai.
Risalirono il parco camminando uno accanto ll'altro. L'unica cosa che Baldabiou disse fu
-Ma perchè diavolo fa questo freddo porco?
Lo disse a un certo punto.
 

                     

 
 
 
-Seta, Baricco-
September 12

Puzzle Puzzled

 

  

Why are you so puzzled?

 

  
 
July 05

già più di un mese.

Oddio...è più di un mese che non scrivo....faccio un riassunto per punti:
- Ho finito la scuola
- Ho fatto gli esami di maturità
- Nonna si è rotta in modo inoperabile una spalla e ora vive con me
- Domani parto per il mare
 
Un mese tranquillo insomma...
 
Babi a tutti...e vi penserò mentre faccio il bagnetto....
Pucci pucci...
 
Soprattutto quelli che si sono rotti vari arti e parti del corpo indi per cui hanno mandato per aria le vacanze in virtù del gesso. Baci.
 
E un mega abbraccio a quelli che ho estenuato in questo mese :-)...avete conosciuto il lato peggiore di me... ovvero(in rigoroso ordine alfabetico per non fare torti a nessuno):
 
Amedeo
Laura
Luigi
Marti
Salvatore
 
qualcun altro si sente estenuato da me?
 
Baci e Bon Voyage! (francese zero...)